Comunali 2026, La politica rifletta: senza programmi e vera rappresentanza la politica perde gli elettori.

 

Le elezioni comunali di maggio 2026 consegnano al quadro politico italiano un messaggio chiaro: non basta sommare sigle, simboli e pacchetti di voti per costruire un’alternativa credibile di governo. Il cosiddetto “campo largo”, che negli ultimi anni ha cercato di presentarsi come risposta unitaria al centrodestra, deve oggi fare un serio bagno di umiltà. I risultati usciti dalle urne dimostrano infatti che gli elettori non si mobilitano automaticamente attorno ad alleanze costruite più nei palazzi che nella società reale.

Il problema è prima di tutto politico. Non si può pensare di andare avanti senza un programma condiviso, senza una visione chiara del Paese e senza una proposta coerente sui grandi temi economici, sociali e istituzionali. Quando il collante diventa soltanto la sommatoria dei voti o l’essere “contro qualcuno”, il consenso rischia inevitabilmente di essere fragile e temporaneo.

Anche sul fronte referendario sarebbe opportuno evitare letture trionfalistiche. Attribuirsi automaticamente il successo di consultazioni popolari significa spesso ignorare la natura trasversale di quei consensi. Gli italiani hanno dimostrato più volte, nella storia repubblicana, di mobilitarsi ogni volta che hanno percepito il rischio di modifiche alla Costituzione non sufficientemente condivise. È accaduto con governi di destra e di sinistra, a conferma del fatto che quel voto non appartiene a una parte politica, ma ai cittadini che difendono l’equilibrio costituzionale e la partecipazione democratica.

Ma anche il centrodestra non può sottrarsi a una riflessione profonda. La coalizione di governo continua a mostrare difficoltà evidenti: partiti impegnati a rigenerare classi dirigenti che perdono consenso, tensioni interne sempre più forti e forze politiche che, nel tentativo di ritagliarsi uno spazio, finiscono per radicalizzare le proprie posizioni. In questo contesto la presidente del Consiglio è costretta a continui equilibrismi per trasmettere all’elettorato l’immagine di una maggioranza compatta e solida, nonostante dopo quattro anni di governo molte delle riforme annunciate siano rimaste ferme proprio a causa delle differenti visioni ideologiche presenti nella coalizione.

Da questa fase politica dovrebbe nascere una riflessione più ampia anche sul sistema elettorale. Il bipolarismo forzato degli ultimi decenni ha prodotto spesso alleanze innaturali, costruite soltanto per vincere le elezioni e non per governare con stabilità e coerenza. Il risultato è stato un crescente distacco degli elettori dalla politica, percepita sempre più come un gioco di palazzo lontano dai bisogni reali del Paese.

Per questo motivo diventa necessario aprire seriamente il confronto su una nuova legge elettorale basata su un proporzionale puro, accompagnato da una soglia di sbarramento capace di evitare eccessive frammentazioni ma allo stesso tempo di garantire rappresentanza autentica alle diverse sensibilità politiche. Fondamentale sarebbe anche la reintroduzione delle preferenze, così da restituire ai cittadini la possibilità di scegliere direttamente i propri rappresentanti e non soltanto i simboli di partito.

Solo ridando centralità alla rappresentanza, alla partecipazione e alla qualità della proposta politica sarà possibile ricostruire il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. La buona politica non nasce dalle coalizioni improvvisate o dalle vittorie rivendicate per convenienza, ma dalla capacità di ascoltare il Paese reale, costruire idee credibili e garantire una democrazia davvero partecipata.

 
di A. Chiappetta